PREMESSA PROLISSA

Qui potete farvi un po’
di affari miei.

Se vi va.

Ho sempre amato scrivere. Mia madre mi insegnò a leggere e a scrivere ben prima che cominciassi la scuola e io partii subito con poesie, racconti e improbabili prove tecniche di romanzi.

Da adolescente riempii una quantità poco ragionevole di pagine: annusavo la vita, le persone, i colori e cercavo di metterli sulla carta prima che cambiassero odore.

Poi, nel 1979, una suora entrò nella mia classe a Rapallo e chiese chi volesse fare teatro. Non aveva ancora finito la frase e avevo già la mano alzata.

Fu così che conobbi Mario Forella, il mio primo maestro: burbero, scontroso e con un cuore enorme. Rimasi con lui dieci anni. Da lì cominciò un percorso che mi avrebbe portato alla recitazione, alla regia, all’insegnamento, a Cinecittà, alle compagnie teatrali e a più di ottanta spettacoli.

Antonio Biggio negli anni del teatro
Antonio Biggio nel luogo del suo romanzo, l'Hammersmith Odeon

La scrittura, però, non se ne andò mai.

E nemmeno gli Iron Maiden.

Dire che sono semplicemente il mio gruppo preferito sarebbe parecchio riduttivo. Sono entrati nella mia vita quando ero ragazzo e da allora sono diventati concerti, viaggi, amicizie, storia, Londra, copertine, personaggi e un immaginario che mi accompagna da buona parte della vita.

Mi ha sempre affascinato anche il mondo costruito intorno alla musica: Eddie, naturalmente, ma anche la storia, la letteratura, il cinema, le ambientazioni. Probabilmente il teatro c’entra qualcosa. Quando passi una vita a costruire mondi sul palcoscenico, finisci per riconoscere chi sa fare qualcosa di simile.

Antonio Biggio e gli Iron Maiden

Nel 2013 mi sono trasferito nel Regno Unito con la mia famiglia.

Continuare a fare teatro lì era complicato: non sono madrelingua e, diciamolo, il mio inglese non è esattamente quello della Royal Shakespeare Company. Lo parlo abbastanza male e con un accento genovese che non facilita particolarmente il mimetismo.

Così sono tornato a scrivere con più continuità. Ho frequentato corsi e workshop e c’era una frase che continuava a tornare:

«Scrivi di ciò che conosci.»

Ottimo consiglio.

Conoscevo il teatro. Conoscevo il thriller, che avevo sempre amato leggere. Vivevo ormai in Inghilterra.

E conoscevo gli Iron Maiden. Parecchio.

Eddie deve morire di Antonio Biggio

Da lì è cominciato Eddie deve morire.

Non volevo però scrivere un libro sugli Iron Maiden e nemmeno una collezione di strizzate d’occhio per fan. Volevo un thriller vero: Londra, 1982, un’indagine, una cospirazione e un detective parecchio lontano dall’eroe perfetto.

La musica doveva appartenere a quel mondo esattamente come i pub, le strade, i giornali e il modo in cui la gente parlava e viveva.

Probabilmente era inevitabile. Dopo una vita passata a costruire storie sul palcoscenico e decenni trascorsi ad ascoltare una band che ha sempre fatto della narrazione una parte fondamentale della propria identità, prima o poi le due cose dovevano incontrarsi.

Fuori dai libri ci sono anche il calcio, che seguo da sempre, e la cucina, che pratico con entusiasmo decisamente superiore alle mie capacità di impiattamento. Direi che può bastare, prima che questa pagina diventi davvero troppo noiosa.

Alla fine teatro e narrativa non sono poi così lontani. Prima costruivo personaggi perché qualcuno li portasse sul palco. Adesso li affido direttamente alla testa di chi legge.

Il palcoscenico è cambiato. La voglia di raccontare storie no.

Questa non è la mia biografia. Per quella c’è una pagina apposta, ordinata, cronologica e molto più seria. Questa è soltanto una premessa.

Prolissa, appunto.

Biografia decente