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Gli Iron Maiden hanno venduto il 50% del loro catalogo musicale, dello sfruttamento del nome e dei diritti d’immagine a Pophouse Entertainment, la società svedese fondata da Björn Ulvaeus degli ABBA. Nell’accordo rientra naturalmente anche Eddie, che ormai non è più soltanto la mascotte della band, ma uno dei personaggi più riconoscibili dell’intera cultura rock. La cifra pagata non è stata resa pubblica, ma, per avere un termine di paragone, la stessa Pophouse aveva concluso un’operazione simile con i Kiss per circa 300 milioni di dollari. (Rolling Stone Italia)

La comunicazione ufficiale parla di nuove iniziative creative, esperienze interattive, progetti cinematografici e di un vero e proprio universo digitale costruito attorno a Eddie. Pophouse sta già lavorando con la band a un film dedicato al recente tour e la sua amministratrice delegata ha spiegato che l’immaginario degli Iron Maiden, con le storie raccontate nelle canzoni, l’estetica horror e una mascotte capace di cambiare volto a ogni album, offre possibilità enormi. (Rolling Stone Italia)

Tutto molto moderno, strategico e creativo. Ma traducendo il linguaggio dei comunicati stampa in una lingua comprensibile, il significato sembra piuttosto chiaro: gli Iron Maiden stanno organizzando la propria pensione.

harris 4Non significa che domani mattina Steve Harris appenderà il basso al muro e Bruce Dickinson si ritirerà in campagna a coltivare patate. La band potrebbe continuare a suonare ancora per qualche anno, potrebbe incidere un altro disco e potrebbe perfino imbarcarsi in un nuovo tour. Nessuno, almeno per il momento, ha annunciato la fine. Però sarebbe abbastanza ingenuo non vedere che questa operazione riguarda soprattutto ciò che accadrà quando i Maiden non potranno più vivere sul palco.

Harris ha ormai settant’anni, Bruce è vicino alla stessa soglia e Nicko McBrain, dopo i problemi di salute degli ultimi anni, ha già lasciato l’attività dal vivo con la band. La macchina Iron Maiden è ancora potente, ma non può sfuggire alla meccanica del corpo umano. Per mezzo secolo ha funzionato grazie a tournée interminabili, concerti giganteschi e una capacità quasi militare di spostare uomini, scenografie e attrezzature da una parte all’altra del mondo. Prima o poi quella macchina dovrà rallentare.

Il problema è che gli Iron Maiden non sono più soltanto sei musicisti che incidono dischi e salgono su un palco. Sono diventati un patrimonio economico, visivo e narrativo enorme. Ci sono le canzoni, naturalmente, ma ci sono anche il logo, le copertine, le magliette, i videogiochi, i fumetti, la birra, gli aeroplani, i pupazzi, i poster e soprattutto Eddie, che da quarantasei anni attraversa epoche, guerre, inferni, manicomi, piramidi, astronavi e campi di battaglia senza mostrare una sola ruga. Contrariamente ai componenti della band, lui non invecchia. Al massimo marcisce con grande eleganza.

È questo che Pophouse ha comprato: non soltanto metà delle canzoni, ma metà di una mitologia.

 

La società non è interessata a entrare in studio con Steve Harris e convincerlo a scrivere un nuovo ritornello. È interessata a trasformare l’universo Maiden in qualcosa capace di produrre reddito anche senza nuova musica. Film, serie animate, esperienze immersive, videogiochi, musei, mostre, spettacoli digitali e qualsiasi altra forma di intrattenimento possa essere costruita attorno a un catalogo che contiene più personaggi, ambientazioni e storie di molte saghe cinematografiche.

Pophouse, del resto, è la società che ha contribuito a trasformare gli ABBA in uno spettacolo permanente con avatar digitali e che ha acquisito anche i diritti dei Kiss. Non è difficile capire quale sia il progetto industriale: prendere artisti ormai entrati nella storia, conservarne l’immagine e continuare a farli vivere attraverso la tecnologia, le licenze e nuovi prodotti. (AP News)

La domanda, allora, non è se gli Iron Maiden abbiano il diritto di farlo. Certo che ne hanno il diritto. Hanno costruito tutto questo in cinquant’anni di lavoro, rischi, intuizioni e tournée massacranti. Se oggi possono trasformare una parte del proprio patrimonio in denaro, garantendo sicurezza a sé stessi e alle proprie famiglie, sarebbe ipocrita accusarli di avidità. Nessun fan rinuncerebbe a una cifra del genere soltanto per dimostrare fedeltà allo spirito del rock.iron maiden milano .jpg

La domanda è piuttosto un’altra: la musica continuerà a essere il cuore degli Iron Maiden oppure diventerà la colonna sonora di un gigantesco parco tematico?

Perché il rischio esiste. Quando un gruppo diventa un marchio, il successo non viene più misurato soltanto attraverso la qualità di un album o la potenza di un concerto. Si misura attraverso la quantità di prodotti che quel marchio riesce a generare. Eddie può comparire in un film, in una serie, in un videogioco, in una mostra o in un’esperienza virtuale. Può essere venduto continuamente, senza bisogno che Steve Harris scriva una sola nota nuova.

Da un punto di vista commerciale è un’operazione perfetta. Da fan, invece, lascia un retrogusto più ambiguo.

Gli Iron Maiden hanno sempre costruito la propria identità sull’idea di essere diversi dalle normali macchine discografiche. Non hanno inseguito le mode, non hanno cambiato pelle per conquistare la radio e non hanno mai dato l’impressione di voler diventare un prodotto innocuo per tutta la famiglia. Anche quando hanno venduto milioni di dischi e riempito gli stadi, sono rimasti una creatura riconoscibile, ruvida e ostinatamente controllata da Steve Harris e dal loro management.

Adesso, però, metà di quella creatura appartiene anche a una società il cui compito è svilupparla, espanderla e monetizzarla.

Questo non significa necessariamente che Eddie finirà a pubblicizzare cereali per bambini o assicurazioni sulla vita. I Maiden hanno mantenuto il restante 50% e, almeno sulla carta, continueranno a partecipare alle decisioni. Il coinvolgimento della band dovrebbe impedire che il marchio venga completamente snaturato. Ma è evidente che la direzione è cambiata: il futuro degli Iron Maiden non dipenderà più soltanto dalla musica che riusciranno a produrre, bensì dalla quantità di storie, immagini ed esperienze che sarà possibile estrarre dal loro passato.

Ed è forse questo l’aspetto più malinconico della vicenda. Per cinquant’anni abbiamo aspettato un nuovo album per sapere quale sarebbe stato il prossimo capitolo. Ora il prossimo capitolo potrebbe essere un cartone animato. Non sarebbe una tragedia. L’universo degli Iron Maiden si presta magnificamente all’animazione, al cinema e ai videogiochi. Le loro canzoni sono piene di guerre, profezie, mostri, esploratori, condannati, assassini e viaggi nel tempo. Materiale narrativo ne hanno più loro di metà delle piattaforme televisive messe insieme. Se questi progetti saranno realizzati con qualità e rispetto, potrebbero perfino avvicinare nuove generazioni alla band.

Ma non raccontiamoci che è la stessa cosa.

Una serie su Eddie potrà essere divertente, un museo immersivo potrà essere spettacolare e un film sul tour potrà riempire le sale. Nessuno di questi prodotti, però, sostituirà la sensazione di ascoltare per la prima volta un nuovo pezzo degli Iron Maiden, riconoscere il basso di Steve Harris e chiedersi dove diavolo vogliano portarci questa volta.

La sensazione è dunque che la pensione sia già cominciata, anche se nessuno ha ancora compilato i moduli. Non la pensione dei singoli musicisti, che continueranno a fare ciò che riescono e ciò che desiderano, ma quella degli Iron Maiden intesi come band ancora proiettata principalmente verso il futuro. Il catalogo, il nome e Eddie sono stati messi nelle mani di una struttura capace di farli fruttare per altri decenni, quando i palchi saranno spenti e gli amplificatori avranno smesso di ronzare. È una scelta intelligente, probabilmente inevitabile e certamente redditizia. Resta soltanto da capire se il futuro degli Iron Maiden sarà ancora fatto di musica oppure se assisteremo alla lenta trasformazione di una delle più grandi band della storia in un franchise dell’intrattenimento.

In altre parole, Eddie non sta andando in pensione. Ha semplicemente trovato un nuovo lavoro.