C’è un equivoco enorme, oggi, nel modo in cui si parla dei grandi concerti rock e metal. Un equivoco tossico, quasi religioso: se ami una band, devi perdonarle tutto.
Se suonano male, devi tacere.
Se la scaletta è prevedibile, devi ringraziare.
Se un membro storico viene sostituito da qualcuno che non regge il confronto, devi fingere che vada tutto bene.
Se osi dire che qualcosa non funziona, arriva subito il tribunale dei fedeli:
“Suonano da cinquant’anni.”
“Tu sapresti fare meglio?”
“Se non ti piace, non andare.”
“L’importante è esserci.”
No. L’importante, in un concerto, dovrebbe essere ancora la musica. Il problema non è criticare gli Iron Maiden. Il problema è amarli abbastanza da non volerli vedere diventare una loro versione diminuita, addomesticata, protetta da un culto cieco che scambia la gratitudine per resa.
Per me gli Iron Maiden sono sempre stati la band metal più importante della storia. Non necessariamente nei numeri, perché lì Metallica e AC/DC giocano un altro campionato. Ma nel mio immaginario, nella mia formazione, nel modo in cui ho vissuto la musica, i Maiden sono stati una cattedrale elettrica.
Ed è proprio per questo che fa male.
Perché quando ami davvero qualcosa, non soffri solo quando ti viene portato via. Soffri anche quando lo vedi rovinarsi da dentro.
È come vedere la donna che ami, una donna bellissima, luminosa, capace per anni di farti credere che il mondo avesse ancora un senso, distruggersi lentamente per, che so, una dipendenza, o perché si lascia andare. Tu la guardi e ti fa male. Ti arrabbi. Le dici che sta sbagliando. Magari urli. Magari sembri crudele. Ma nessuno, se capisse davvero cosa provi, ti direbbe: “Allora lasciala”. Perché il punto non è smettere di amarla. Il punto è non riuscire a sopportare che si faccia del male.
Ecco. Per me gli Iron Maiden sono questo. Dire che Simon Dawson non è Nicko McBrain (e nemmeno Clive Burr) non è lesa maestà. È realtà. Nicko non era solo un batterista: era una firma ritmica, una spinta, un’architettura emotiva. Aveva quel modo di stare dentro i brani che non accompagnava semplicemente la band, la faceva respirare.
Oggi quella respirazione non c’è più allo stesso modo.
E allora la domanda diventa scomoda: possibile che non si potesse trovare un batterista tecnicamente ed emotivamente più adatto alla più grande eredità live del metal britannico?
Il punto non è “fare meglio da casa”. Questa è una delle obiezioni più stupide mai partorite dal fanatismo da tastiera. Io non devo saper pilotare un aereo per accorgermi se il pilota lo sta schiantando contro un campanile.
Pago un biglietto. Amo quella musica. Ho memoria. Ho orecchie. E ho ancora il diritto di pretendere qualità.
Il dramma è che molti non vanno più ai concerti per ascoltare. Vanno per certificare la presenza. Per dire “io c’ero”. Per filmare trenta secondi, comprare la maglietta, difendere la band come si difende una squadra di calcio anche quando gioca da schifo.
Ma gli Iron Maiden non sono mai stati solo un evento. Sono musica, precisione, epica, amici, famiglia, sono me, sono la mia vita.
E se oggi qualcuno si arrabbia vedendoli meno grandi di quanto potrebbero essere, forse non è perché li ama di meno.
Forse è perché li ama ancora troppo.
