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Ora che l’ho visto, capisco la sedia vuota.

Non è una questione di orgoglio ferito, di veti incrociati o di divergenze contrattuali rimaste irrisolte. È più semplice, e al tempo stesso più definitiva di così: Steve Harris non era alla premiere di Burning Ambition perché quel film non è Iron Maiden. È un docufilm sugli Iron Maiden. E lui, che quella differenza l’aveva dichiarata pubblicamente il 13 aprile su SiriusXM con la consueta franchezza burbera, non poteva sedersi in prima fila ad applaudire qualcosa che non rappresenta lo spirito Maiden. La scusa di dover fare delle prove regge fino a un certo punto: una prova si può rimandare, la premiére mondiale del film sulla tua band capita, forse, una sola volta nella vita di un musicista.

Adesso so che aveva ragione.

Il documentario inizia male, e quando un documentario inizia male su una band che conosci da quaranta e fischia anni, l’ecchimosi è diversa da quella che ti dà un film qualunque. La prima affermazione storica che il documentario mette in campo è che “il primo cantante degli Iron Maiden sia stato Paul Di’Anno”. Una cosa semplice, verificabile, scritta in qualsiasi enciclopedia del rock e in qualsiasi pagina di Wikipedia in qualsiasi lingua. Paul Di’Anno è stato il terzo cantante. Prima di lui c’erano stati Paul Mario Day e Dennis Wilcock. Non è un dettaglio tecnico da addetti ai lavori: è la storia della band, il suo  capitolo zero. Sbagliarlo, in un documentario distribuito dalla Universal Pictures e presentato con tappeto rosso al West End di Londra, non è una svista. È la cartina di tornasole di tutto quello che verrà dopo. Perché quello che viene dopo è un film che non conosce le sue fondamenta.

Non c’è niente delle Soundhouse Tapes, le registrazioni autoprodotte che Neal Kay iniziò a trasmettere al Bandwagon Heavy Metal Soundhouse di Londra, creando il primo nucleo di fan in un’epoca in cui nessuna radio voleva saperne. Non c’è niente della Green Goddess, su cui la band girava l’Inghilterra suonando in pub che si svuotavano a metà concerto. Non c’è il Cart and Horses di Stratford, dove gli Iron Maiden hanno cominciato, quello stesso locale che la band stessa celebra ancora oggi dai palchi dei propri concerti, come se il debito non potesse mai essere saldato. Non c’è il Ruskin Arms, un altro posto che per i Maiden non era una tappa qualunque ma un luogo fondativo, un’altra stanza dove qualcosa di irreversibile aveva preso forma. Non c’è niente di quella fame materiale e artistica che è l’unica cosa che rende comprensibile quello che gli Iron Maiden sarebbero diventati. Loopy Newhouse lo racconta in dettaglio nel suo libro. Anche il documentario ufficiale del 2004, The Early Days, con tutti i suoi limiti, non si era sottratto a quella stagione fondativa. Burning Ambition sì, tradendo il suo stesso titolo: il fuoco dell’ambizione e del voler arrivare a tutti i costi, l’ostinazione dello stesso Harris nel voler creare il sound per lui (e poi per tutto il mondo) perfetto, è stata bellamente ignorata.

imagesE Neal Kay? Il metal deejay è stato intervistato dalla troupe. Era lì, disponibile, con cinquant’anni di memoria e di amore per quella band da raccontare. Non compare nel film. Qualcuno ha deciso che la sua testimonianza non serviva. Qualcuno che, evidentemente, non aveva capito che senza Neal Kay la storia degli Iron Maiden non esiste, o quantomeno esiste in un modo radicalmente diverso. Escluderlo non è una scelta di montaggio: è un errore di comprensione. Stessa sorte tocca a Dennis Stratton, il chitarrista che incise il primo album e che nella storia della band occupa uno spazio piccolo ma non irrilevante: è parte di quella fotografia originale, di quella formazione embrionale che il film dichiara di voler raccontare. Non compare. Nessuna parola, nessuna immagine. Come se la sua presenza in quegli anni fondativi fosse una nota a piè di pagina troppo scomoda da gestire, o semplicemente troppo poco nota per essere cercata. E ancora, Derek Riggs: se celebri tanto il ruolo di Eddie, devi dedicargli lo spazio che merita.

E poi arrivano le omissioni che fanno più male, perché riguardano non le origini ma il corpo centrale di una carriera. Somewhere in Time e Seventh Son of a Seventh Son non esistono, in questo film. Due album che hanno diviso e appassionato generazioni di fan, che hanno portato i sintetizzatori nell’armatura metallica degli Iron Maiden in un momento in cui quella scelta era tutt’altro che scontata, che hanno prodotto alcuni dei brani più complessi e discussi del catalogo della band, semplicemente non trovano spazio. Vengono saltati a piè pari, come se quella stagione sperimentale fosse una parentesi imbarazzante invece che uno dei momenti in cui la band ha rischiato qualcosa di concreto per restare fedele a una visione. Chi ha deciso di tagliarli non ha capito, o non ha voluto capire, che gli Iron Maiden non sono una band che ha sempre fatto la stessa cosa bene. Sono una band che ha fatto cose diverse, alcune delle quali divisive, e che proprio per questo ha resistito al tempo.

L’era Blaze Bayley merita un discorso a parte, perché lì il film commette un errore stilistico che va oltre la lacuna storica, ed è un errore di cattivo gusto. Mostrare il video in cui il pubblico sputa su Bayley durante un concerto non è documentare una fase difficile. È umiliare un uomo che ha attraversato quella fase con una dignità che il film stesso non ha saputo riconoscergli pienamente. Gli Iron Maiden sono una band che ha sempre protetto i propri membri, anche quelli che non fanno più parte della famiglia. Scegliere quella immagine, in un film che dovrebbe celebrare la storia della band, non è coraggio documentaristico: è pigrizia narrativa. Il conflitto facile, l’immagine forte, la scorciatoia emotiva. E intanto si dimentica di raccontare cosa quegli anni hanno significato per la band, cosa ha voluto dire tenere in piedi una macchina del genere in un momento in cui il grande pubblico aveva voltato le spalle.images 1

L’addio di Clive Burr non viene trattato. Il batterista che ha suonato su Iron Maiden, Killers e The Number of the Beast, che ha contribuito a definire il suono della band nei suoi anni più selvaggi, la cui partenza ha aperto una delle domande irrisolte della storia interna del gruppo, non esiste in questo film. Non si dice niente della sua uscita, e si dice poco o niente di lui. Come se la storia di una band potesse essere raccontata senza fare i conti con chi se ne è andato, o con chi è stato lasciato andare.

Eppure il film ha i suoi momenti. Ed è importante dirlo, perché la disonestà di una critica che non riconosce niente sarebbe speculare alla disonestà del film che non racconta niente di scomodo.

Blaze Bayley, in una delle sue sequenze, dice una cosa semplice e vera: il mondo ha bisogno degli Iron Maiden. Lo dice con la convinzione di chi ci crede davvero, senza retorica, senza il tono da comunicato stampa. Ed è uno di quei momenti in cui il documentario smette di essere una collezione di immagini e diventa qualcosa di più vivo. E poi ci sono le immagini di Nicko McBrain che lascia, la commozione genuina di chi guarda un uomo che ha dato tutto e che adesso si ferma. Lì il film tocca qualcosa di reale, qualcosa che nessuna sceneggiatura avrebbe potuto costruire, perché è il tempo che parla, non la regia.

Ma sono isole in un oceano di occasioni mancate.

I fan, quelli veri, quelli che il film mette in scena come coro greco dell’epopea maideniana, avrebbero potuto salvare qualcosa, e forse ci hanno provato. Il problema non è quello che hanno detto davanti alla telecamera: è quello che il montaggio ha scelto di tenere. Perché le storie che i fan degli Iron Maiden custodiscono non le può raccontare nessun altro: il momento in cui la musica ha attraversato una vita, ha cambiato una traiettoria, ha fatto da colonna sonora a una perdita o a un innamoramento. Qui ho pianto. Qui ho conosciuto mia moglie. Qui ho capito che volevo vivere in modo diverso. Se quelle storie ci sono finite sul pavimento della sala di montaggio, è lì che bisogna cercare la responsabilità. Invece quello che vediamo sullo schermo sono megafoni di una celebrazione che non è necessaria, perché la grandezza della band è già nota. Chi guarda un documentario sugli Iron Maiden sa già che gli Iron Maiden sono grandi. Quello che non sa, quello che voleva sapere, è cosa significa amarli.

Le animazioni con Eddie completano il ritratto. Tecnicamente datate, stilisticamente estranee a qualsiasi cosa il linguaggio audiovisivo contemporaneo abbia sviluppato negli ultimi dieci anni (basta guardare cosa hanno fatto creators indipendenti su YouTube, o certi video generati images 2con l’intelligenza artificiale sui concerti della band), queste sequenze non aggiungono niente alla narrazione. Riempiono lo schermo nei momenti in cui il film non sa cosa dire, e lo fanno con un’estetica che Eddie stesso, nella sua incarnazione grafica più recente, avrebbe probabilmente trovato invecchiata. Dalla Universal Pictures, con le risorse di una major e la firma di una distribuzione internazionale, ci si aspettava qualcosa di diverso. Ci si aspettava almeno l’ambizione del titolo.

Il punto, però, è quello che Harris aveva già detto e che il film conferma fotogramma dopo fotogramma: Burning Ambition non è stato fatto da veri maideniani. È stato fatto da professionisti del documentario musicale che hanno studiato il soggetto con la diligenza di chi si prepara a un esame, non con la passione di chi quella musica la conosce dall’interno. La differenza si sente. Si sente nella sequenza degli errori. Si sente in quello che manca. Si sente nel modo in cui i fan vengono utilizzati come decorazione invece che come materia viva. Si sente, soprattutto, nella scelta di non intervistare mai i membri della band in video, relegandoli a voci fuori campo mentre sul palco si alternano Lars Ulrich, Tom Morello, Gene Simmons e Javier Bardem, che recita i testi di Run to the Hills come fossero Neruda.

Javier Bardem è un attore straordinario e un fan autentico, e il suo trasporto è genuino. Ma un documentario che preferisce i fan famosi a quelli comuni, che hanno fatto sacrifici e hanno dedicato anima e corpo alla band, ha già detto tutto di sé stesso. Harris, amante dell’autenticità, lo aveva capito prima di entrare in sala. Per questo non è entrato.

La domanda che rimane, quella che il film non risponderà mai, è sempre la stessa che avevo lasciato aperta nell’articolo precedente: cosa avrebbe fatto lui? Cosa c’è nel «avremmo fatto le cose in modo diverso» che ha scelto di non sviluppare? Forse un giorno lo sapremo. Forse Harris deciderà che il momento è venuto, che cinquant’anni di storia meritano un racconto fatto da chi quella storia l’ha vissuta dall’interno, non da chi l’ha studiata con rispetto ma senza radici. Fino ad allora, Burning Ambition rimarrà quello che è: un film onesto su una band leggendaria, fatto da persone competenti ma che non erano le persone giuste.

E quella sedia vuota sul red carpet di Londra, adesso, non è più solo un gesto di coerenza. È una recensione.