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C’è un’immagine che vale più di mille comunicati stampa: il red carpet della premiere mondiale di Iron Maiden: Burning Ambition, svoltasi a Londra il 5 maggio 2026, con Bruce Dickinson sorridente davanti ai fotografi, Dave Murray e Adrian Smith al suo fianco, persino Nicko McBrain (ritirato da qualche anno) e Blaze Bayley, il rimpiazzo degli anni Novanta, presente come da tradizione agli eventi della famiglia Maiden. E poi, vistosamente, il vuoto. Nessuna traccia di Steve Harris, fondatore, bassista, architetto di tutto quello che gli Iron Maiden sono stati e sono ancora. Nessuna traccia di Janick Gers. (Fonte: Hellpress)

Per provare a capire questa assenza, bisogna tornare indietro di qualche settimana.

photo of steve harris and iron maiden
Steve Harris with Fender Precision Bass (Photo by Mick Hutson/Redferns)

Il 13 aprile 2026, ospite del programma radiofonico Trunk Nation with Eddie Trunk su SiriusXM, Harris aveva detto una cosa semplice e secca, con la franchezza burbera che lo contraddistingue da cinquant’anni. Le sue parole sono state riportate integralmente da Blabbermouth, e vale la pena leggerle con attenzione: «In realtà non siamo stati noi a farlo. Parla di noi, ma non è fatto da noi. Questa è la differenza. Avevano un’idea, sono venuti da noi, e nel tempo l’idea è cambiata un po’. Volevano usare le nostre immagini, la nostra grafica, e così sembra che sia un nostro documentario. Non lo è. Credo che avrebbero dovuto specificare che si tratta di un documentario sugli Iron Maiden, non dagli Iron Maiden.» E poi, sibillino: «Penso che avremmo fatto le cose in modo leggermente diverso, e non dirò altro.» ( Fonte: Blabbermouth)

Quelle parole non andrebbero lette come una protesta diplomatica. Andrebbero lette come quello che sono: la dichiarazione di un uomo a cui è stato fatto un ritratto senza che lui potesse scegliere la luce, l’inquadratura, l’angolazione. Harris ha cooperato perché la band aveva dato il proprio consenso, e lui è prima di tutto un uomo di parola. Ha rilasciato interviste, ha fornito materiale, ha fatto «quello che gli è stato chiesto di fare». Ma la sua presenza fisica alla premiere, quella no. Quella avrebbe significato avallare qualcosa che, nel profondo, non sente come suo. E Harris non è il tipo che finge.

Qui sta il nucleo della questione, e chi segue questa band da anni lo sa. L’orgoglio di Harris non è vanità da rockstar, non è il capriccio di chi vuole controllare la propria immagine pubblica per ragioni estetiche. È qualcosa di più strutturale, quasi costituzionale. Harris ha sempre concepito gli Iron Maiden come un organismo vivente di cui lui è il sistema nervoso centrale, non semplicemente il bassista o il fondatore, ma il custode di un’identità che non può essere delegata. Ha rifiutato per decenni di cedere alla pressione commerciale, di ammorbidire il suono, di seguire le mode. Ha licenziato musicisti amici quando la visione divergeva. Ha costruito una carriera intera sulla coerenza. Un documentario fatto da altri, con scelte editoriali che lui avrebbe fatto diversamente, è per Harris esattamente il tipo di cosa che può accettare in astratto e non riuscire a celebrare in concreto.

attachment iron maiden burning ambition documentaryIl film stesso, peraltro, offre un indizio interessante. In una scelta stilistica che ha sorpreso più di un recensore, nessun membro attuale della band appare mai in video: le loro voci arrivano come voci fuori campo, sovrapposte ad archivi e animazioni. (Fonte: The People’s Movies)
Chi appare davanti alla telecamera sono i fan e le rockstar amiche, Lars Ulrich, Tom Morello, Gene Simmons, e Javier Bardem, superfan di lunga data che nel film recita i testi di Run to the Hills come fossero versi di una poesia, con un trasporto che ha diviso la critica tra il commosso e il divertito. È un approccio narrativo legittimo, forse persino efficace per un pubblico generalista. Ma è anche, dal punto di vista di Harris, un approccio che lo trasforma in un soggetto invece che in un autore. E quella distinzione, per lui, non è secondaria.

Quanto a Janick Gers, la sua assenza è quasi speculare alla sua storia con i documentari sulla band. Nel 2009, durante le riprese di Flight 666, aveva praticamente ignorato l’equipe di filmmakers per settimane, avvicinandosi alle telecamere solo nell’ultima parte del tour.  (Fonte: Wikipedia, Iron Maiden: Flight 666)
Janick è un’entità senza confini sul palco, dove la sua fisicità è leggendaria. Fuori dal palco, è l’opposto: riservato, schivo, allergico ai riflettori che non siano quelli di un concerto. La premiere di Londra non era il suo terreno, e probabilmente non lo è mai stato.

Ma Janick è la nota a margine. Il cuore della storia è Harris, e la domanda che rimane aperta, quella che nessun comunicato stampa ha risposto, è questa: che film avrebbe fatto lui? Cosa c’è nel «avremmo fatto le cose in modo diverso» che ha scelto di non dire? È possibile che lo scopriremo un giorno, se Harris deciderà che il momento è venuto. O forse no, perché Harris è anche l’uomo che custodisce segreti per principio, che crede che non tutto debba essere detto, che il silenzio abbia una sua forma di dignità.

Per ora, quella sedia vuota sul red carpet di Londra dice già molto. Non è una sedia di chi ha disertato. È la sedia di chi, davanti a qualcosa che non riconosce come suo, ha scelto di non fingere il contrario.

Che è, tutto sommato, la cosa più harrissiana che potesse fare.