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Quante volte mi sono adagiato sul divano, ho chiuso gli occhi e ho lasciato che la mente scivolasse dentro la vena epica del Boss, in alcuni dei pezzi più intensi da lui scritti. Sono passati quarant’anni di passione, quarant’anni di ascolti, di emozioni, di viaggi mentali fatti con la luce soffusa, nel pieno relax della mente, quando il mondo fuori si spegne e restano soltanto le note, il basso pulsante, le melodie e quelle atmosfere capaci di portarti lontano. Credo sia capitato a molti fan di rivivere nei propri sogni l’esplorazione delle piramidi, di sentirsi perduti tra sabbia, misteri e antiche divinità, oppure di cavalcare terre sconosciute al fianco del famoso condottiero Alessandro, come se la musica non fosse più soltanto musica, ma un portale aperto verso un’altra dimensione.

photo 2026 05 03 11 53 54Fin dal celebre brano presente sul primo album, Phantom of the Opera, la mia mente ha compiuto un lungo viaggio dietro le quinte di teatri antichi, tra velluti consumati, ombre, maschere e presenze invisibili. Era come trovarsi in un luogo sospeso, a metà tra realtà e immaginazione, dove ogni cambio di tempo apriva una porta diversa. Poi, anni dopo, è arrivata la deliziosa Dance of Death, e lì ho vissuto nel mio subconscio una passeggiata all’interno di ville oscure, sale illuminate da candele, figure misteriose e mascherate che danzavano attorno a me, regalandomi sensazioni contrastanti di paura, curiosità e fascino. Un brano capace di trasformare l’ascolto in una scena teatrale, quasi cinematografica.

Molti di questi viaggi mi hanno lasciato addosso sensazioni diverse. La paura, l’amore, la grinta, la malinconia, il senso dell’avventura, la voglia di combattere e quella strana nostalgia per luoghi che non ho mai visto davvero, ma che in qualche modo sento di aver attraversato grazie alla musica. Ciò che il Boss mi ha donato nella stesura di alcune tracce non è facilmente spiegabile. Non si tratta soltanto di belle canzoni, né soltanto di grandi cavalcate heavy metal. C’è qualcosa di più profondo. C’è una capacità rara di raccontare storie senza bisogno di fermarsi alle parole, di costruire mondi attraverso le melodie, di far nascere immagini nella testa dell’ascoltatore.

Rime of the Ancient Mariner, To Tame a Land, Alexander the Great, Seventh Son of a Seventh Son sono solamente alcuni dei pezzi che hanno sprigionato nella mia mente e nel mio cuore sensazioni uniche. Ogni volta che li ascolto, mi sembra di partire per un viaggio diverso. A volte verso il mare aperto, a volte verso deserti lontani, a volte dentro leggende oscure, a volte semplicemente dentro me stesso. Ho vissuto viaggi mentali sensazionali che solamente il grande Steve, attraverso la scrittura di quelle melodie, poteva donarmi. È incredibile pensare come un brano possa accompagnarti per decenni e continuare ancora a parlarti, magari in modo diverso, a seconda dell’età, del momento, dello stato d’animo.

Ancora oggi, attraverso pezzi più recenti come Hell on Earth, provo emozioni da pelle d’oca. Quella sensazione di grandezza, di malinconia e speranza insieme, quel modo di chiudere gli occhi e sentirsi portati altrove, resta intatto. Forse è proprio questo il segreto della musica epica di Steve Harris: non invecchia con noi, ma cammina accanto a noi.

Grazie Steve, per tutte le splendide emozioni che mi hai fatto vivere e che continui ancora oggi a regalarmi.