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Robin Le Mesurier (1953 – 2021) non capiva come e perché non mi piacesse la musica classica, e meno ancora l’opera. Un po’ rideva un po’ tentava di spiegarmi.
Rock-Robin è stato con noi paio di settimane per le riprese di Sport Crime, con un programma stancante, scene sportive, di palco, tanti spostamenti, ma sempre indimenticabilmente sereni e contenti, un gentiluomo, una macchina da lavoro, da arte ed eleganza.

In quei giorni – con Rod Stewart, Ronnie Wood e diverse opzioni di batteria – stavano progettando di rifondare i Faces, quindi si sentivano più spesso del solito, direttamente o passando per la moglie di Robin che lavora a casa Stewart a Los Angeles. Che roba ragazzi, stavano rifacendo i Faces, dopo un collaudo (che trovi in rete) del 2015.

Dimenticava sempre un dato di partenza, che per simili che fossimo, lui partiva da un contesto colto, figlio dei due più grandi attori britannici, e io dal basso-basso. Mi parlava di Elton John, Paul McCartney, Jon Lord, ma anche dei vestiti di Armani e Zegna, della lirica e di Brahms.
Conosceva di persona (e/o stimava a distanza) gran parte dei metal-brit e non solo, Eddie Van Halen (con il quale ha avuto un ben documentato incidente post-vodka) e molti altri. Non aveva quel tono derisorio che molti si aspettano da un rocker elegante nei confronti della versione metallica. No assolutamente, tra i suoi batteristi preferiti metteva Cozy Powell e Ian Paice, e parlava di Glenn Hughes come del Metal-Soul-Man «che non si sapeva come facesse a cantare e suonare così».

Una mattina – stanchi al punto che guidavo io e non Daniela – dovevamo spostarci dalle colline Veronesi a Milano: «Adesso basta col Chianti e le cravatte, ascoltiamo “Live After Death”». Credevo lui reagisse come me quando mi parlava di Bocelli, invece ha detto: «Yes, Iron! Non li ascolto da tanto». Conosceva i primi dischi, ignorava la fase Blaze Bayley e il seguito. Ha detto di non conoscere personalmente i ragazzi, di averli solo cordialmente incrociati in giro. È stato un super-viaggio, mi ha fatto rimettere “Hallowed” 2 volte, e si è chiesto come si potesse restare così regolari sul riff di “The Trooper“.

Incantato da McBrain, dai giri di basso, da tutto. Si è appuntato sul telefono di riascoltare con calma anche i dischi che non conosceva. Da notare che la funzione principale di Robin nella grande Live Rod Band e ancora di più con Johnny Hallyday, era il «Chuck Berry Metronome», gergale per dire qualcuno che facesse quella pennata rock and roll con precisione ritmica maniacale.
Lo so, esiste il “click”, eppure tutti volevano Robin anche se non era un grande virtuoso, proprio per quello.Evidentemente non basta il click.
Come me e come molti, era stupito dalla precisione di quel riff, già un’impresa in studio, figurati dal vivo.
E prima di fare paragoni (tecnicamente) giusti con cover band geneticamente modificate ai giorni nostri ricordiamoci l’anno di uscita di “Live After Death”: 1985.

Daniela – nel sedile dietro – aveva promesso di dormire, ci aspettava una sera di prove dal vivo per le scene di “Kick The Junk”, ma il volume alto e i discorsi brevi di Robin l’hanno tenuta sveglia. L’amico di John Lennon – durante una tappa da 4 autografi e tre selfie in area di servizio – ha detto che se mi piace Bruce Dickinson prima o poi sarei caduto anche nella trappola della lirica.

Sbagliava.