Aprivi il frigorifero e partiva «Oh oh diamond» dei Via Verdi, anche se il frigo non aveva le casse.
Accendevi la TV e attaccava «We are the World, We are the Children».
Il Casale Sul Sile mi accettava in Serie A1 nonostante dita, accuse false, disastri di ogni tipo.
I miei Rolling Stones erano in pausa e crisi.
Scream for me 1985!
Casale: studiavo a Feltre ma mi appoggiavo alla facoltà di Venezia, convivevo a Belluno, ma mica benissimo, e andavo spesso a Londra, insomma guidavo tanto, fresco di patente.
Quindi cassette, non disco, perché un giradischi presupponeva una casa fissa: Just eighteen, a (magari) pick up truck, out of money, lots of luck.
Montagne di fortuna perché l’Uni era bellissima, il Casale anche, e arrivava – ripeto, in pieno “buco” rolling-stonico – “Live After Death“.
Fino a quel momento, i dischi live li accettavamo nella loro scarsa qualità in cambio di versioni più aperte, spontanee, con varianti e differenze.
Mi viene in mente “No Sleep ‘til Hammersmith” dei Motorhead, ma potrei fare molti altri esempi.
“Live After Death” invece (cito): «Quasi mejo che ‘l disco». Come passare dalle giovanili del Belluno agli stadi della Serie A.
Guidavo “Live After Death” per ore e ore, di notte, dopo allenamento: cena da Cappelletto (Bar Selser) e via con Churchill 4 Giugno 40 e il resto del disco, fino a una delle case nelle quali “abitavo”. Non è un errore di sintassi, i dischi si guidano.
Due cassette diverse, tutte consumate, tirate avanti indietro, anti-sonno, strabordavano voglia di studiare, senza caffeine né sostanze che tutti usavano. Non so perché, ma se facevo il giro per Montebelluna, a un certo svincolo dovevo mettere “Flight of Icarus”, che in genere, nella mia drive-geografia personale, apparteneva a “Scary Monsters” di Bowie.
Tra “Wrathchild” (l’unico pezzo da “Killers”) e “Children of the Damned” saltavo spesso “Acacia”», che non mi ha mai catturato troppo.
Forse è il disco che mi ha fatto “dimenticare” Paul Di Anno, contenendo poco dei primi due suoi-dischi, il verbo va inteso come scatto (ne abbiamo già parlato) da un’epoca all’altra ovviamente. E credo che la funzione di questo live fosse anche questa, staccare percettivamente da “Iron Maiden” e “Killers”.
Infatti credo di averli ascoltati meno per i primi mesi di “Live After Death”.
Ancora più che dal disco in studio, ho tratto dai 13 minuti di “Ancient Mariner” la promessa di leggere tanta letteratura inglese, e di rischiare meno la vita perché c’era tanto da leggere.
La copertina mi ha detto che il produttore era Martin Birch, quello di “Made in Japan” dei Deep Purple 1972, il live sul podio con “Live After Death” nella mia personale classifica.
Sono affezionato anche alla copertina di Derek Riggs, quel blu-giallo che mi porto spesso dietro, e che sorpresa una acustica per “Revelations”, ne ho parlato anche con un frate a Fonte Avellana, uno di quelli che la Bibbia la legge davvero, come gli Iron e Ozzy del resto.
Mica come i baciabanchi che a scuola mi rimandavano in religione.
