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Al centro Luca Tramontin quando non sopportava i “parenti d’arte” (e aveva i trucioli biondi alla Robert Plant)

Che bravo Joe Lazarus >>> 1 
Che bravo Niko Mcbrain >>> 2 
Che stecca io >>> 3 
Che stecca (immagino) Steve Harris >>> 4 

 1 >>> L’ho ascoltato con i Voodoo Six, 
2 >>> …, 
3 >>> …che per paura di mettere mio figlio Nico in Sport Crime stavo danneggiando la serie, 
4 >>> Ho l’impressione che Steve Harris abbia fatto la  stessa cappella. 

 Ho solo l’impressione, non vivo con loro, non vedo le loro prove, sono distante. 
Ho così tante cicatrici sul viso da poter anche affermare che mi piace Dawson, con i d’Void e con i Lions, anche se credo ci vorrà tanto amore maidenico per abituarsi alla differenza di drumming. 
Come dicevamo dal vivo, l’errore di “nepotismo al contrario” (cit. Toni Biggs-Biggio), è molto frequente in certe mentalità europee, un eccesso dimostrativo per paura di passare da raccomand-familiaristi.  Simpatizzo per questo tipo di errore, ma devo condannarlo, criticando me stesso (facile, sono allenato) e (mamma, che dura) Steve Harris. 

 Cambiare “like per like” o per una strada nuova: questione comune al rock e allo sport. Vale per il chitarrista e per il mediano di apertura. Cambi modulo o tenti di clonare? Io vado sempre per la svolta secca, sono di scuola Rolling Stones.  
Dopo il multistrumentista ingestibile Brian Jones è arrivata la solidità chitarristica di Mick Taylor, silenzioso, non cantante, educato e ombroso di scuola John Mayall. E dopo di lui e per sempre Ron Wood, jumpy, scenico, ritmico, pagliaccioso. Fuori un solista blues e dentro un ritmico rock. Insomma tre ere distinte e riconoscibili invece che tre continuità zoppicanti. 
Idem adesso per la batteria: senza il nostro Charlie Watts la batteria è andata a Steve Jordan, da sempre con Keith Richards. Altra analogia con Dawson, come sapete meglio di me, da molto tempo con Steve Harris, anche se quella Maiden mi piace meno. 

 In queste fasi critiche il mio preferito resta Sua nobile maestà (senza ironia) OZZY OZZY OZZY OSBOURNE. 
Come John Mayall, come i grandi capitani di rugby e di cricket, ha sempre scelto un giovane da lanciare invece che un grosso nome. Senza paura di essere oscurato, se prendevano più palco e più attenzione meglio ancora, li lanciava. Ok, dietro c’era Sharon Osbourne che teneva conto della differenza stipendiale tra prendere Jeff Beck o un giovanissimo Randy Rhoads (sempre ed eternamente grazie a Ozzy e Randy). 
Volendo: aveva fatto così a suo tempo anche Ian Gillan per i suoi dischi extra-Deep Purple: con un certo Janick Gers (dopo Bernie Torme). Altra storia. Restiamo al nostro. 

 Confessione bastarda? Tra i 15 e i 23 anni avevo una rivalsa cattiva contro i figli d’arte, appena usciva un articolo sulla Gazzetta dello Sport “Sangue ovale non mente” io aspettavo il match per ricordarlo al pargolo emergente con una gomitata. Me ne vergogno, ma voglio essere onesto. Poi sono cresciuto, incontro quei ragazzi e ne ridiamo. Grandezza del rugby. 
Adesso cerco di essere neutro e credo di riuscirci, un parente d’arte ha buone possibilità di essere bravo e altrettante di essere uno schifoso raccomandato. Bisogna partire con la testa critica ma neutra. 
Ascoltando il figlio di Ringo Starr, quello di John Bonham (per stare alla batteria) o vedendo giocare il figlio di N’tamack (rugby francese) applaudo e ammetto che sono bravissimi. Insomma sto uscendo dall’adolescenza riformatoriale.  

Datemi un po di tempo, sono giovane. 
Aggiungo un altro pezzo di giustificazione per Uncle Steve, sempre con prudenza ipotetica: la vita di tour per un giovane può essere pesante, e la paura di guastare qualche rapporto viaggia con gli ampli e il catering. Ho visto allenatori iper-severi con i figli e i nipoti, e il crearsi di infiammazioni che purtroppo non spariscono a fine tour o a fine campionato.

Ma lasciandolo/lasciandoli fuori fai peggio.