Un piccolo pensiero, solo una riflessione circa quello che sta succedendo in queste settimane che seguono l’uscita di Senjutsu, l’ultima fatica dei nostri leggendari eroi.
Nell’epoca dei social network, è tanto facile quanto inevitabile leggere di tutto e di più sull’uscita di un nuovo album, e quando si tratta degli Iron Maiden il fenomeno diventa planetario, vista la schiera di fan che la band inglese può vantare in ogni angolo del globo. E sempre grazie a internet, si ascoltano brandelli di brani, più o meno fake, in largo anticipo rispetto alla data di uscita.

Noi poveri vecchietti fan della prima ora, a inizio anni 80, facciamo fatica a star dietro a tutto questo. Smanettiamo meno sui telefonini, a volte ci vediamo pure poco e non riusciamo sempre a far fronte alla marea di notifiche che spuntano.

Ci siamo innamorati dei Maiden attraverso i dischi, il passaparola fatto di cassette registrate, e quel poco che leggevamo sulle (ancor poche) riviste metal. La gente ci guardava strano, noi a girar per la città con quelle magliette, o felpe, raffiguranti un mostriciattolo orrendo e vomitevole, in un contesto cupo e funebre. Siamo però sopravvissuti ai paninari, ai Duran Duran e ai capelli cotonati, ed oggi possiamo dire che i Maiden avevano ragione.
Ma ragione a far cosa?

A innovare.
E perché?
Perché erano “avanti”.Non contenti dei primi due album, i nostri eroi, sempre attraverso riviste e musicassette ma anche e soprattutto a interminabili tour che toccavano capillarmente ogni parte del mondo occidentale, sfornavano un trittico mai più eguagliato: The Number of the Beast, Piece of Mind, e soprattutto, Powerslave. Ma nel frattempo avevano rimpiazzato cantante e batterista: quindi non erano più quelli di prima. Nessuno, però, ha protestato, anzi. Per brani come To tame a Land e The Rime of the Ancient Mariner, si è gridato, e si grida ancor oggi, al capolavoro. Ah, ok. Brani da quasi 8 minuti e quasi un quarto d’ora… hmm, aspetta che me lo segno.
Già con Somewhere in time erano cominciati i primi mugugni: “sono finiti”, “si sono addolciti”, e via dicendo. La mia personalissima opinione è: perché i nostri beniamini avevano capito di aver raggiunto un traguardo che loro stessi non avrebbero mai superato, quindi si sono messi a fare ricerca, sperimentazione, innovazione. Hanno portato i synth nel metal! Già allora ci fu chi gridava allo schifo totale, e rassegnò le dimissioni da fan. Nulla di nuovo, quindi, ed eravamo nel 1986! Solo che non essendoci i social, chi li ha visti e sentiti sti qua? Questo e il successore Seventh Son diedero vita ad un movimento di fan in entrata e in uscita che mai si era visto nella storia.

Anche allora, erano “avanti”.
Ma nel 1988 si diceva che i Maiden erano finiti nel 1984. Mah. Oggi Somewhere e Seventh Son sono considerati dei capolavori. Ari-mah.

E forse la band lo percepì, facendo marcia indietro con No Prayer for the Dying e Fear of the Dark. Non riusciti benissimo, dai. Forse perché si erano accorti che anche con l’epoca dei synth avevano raggiunto il punto massimo? Ah, aspetta però: non c’era più Adrian! Quindi, di nuovo, non erano più quelli di prima.

Poi arrivano gli scazzi, la partenza di Bruce, l’arrivo di Blaze, e di tutto un periodo che era impossibile da predire. Nascono due album, X Factor e Virtual XI che dimostrano come ai Maiden non portino fortuna i numeri romani. Periodo da giudicare a parte, perché ancora una volta, non erano più quelli di prima.  

Fa piacere però vedere sempre più fan che rivalutano, a distanza di quasi 30 anni, anche questi due lavori dai più (sottoscritto incluso) classificati come il periodo più buio. Errori di valutazione, scelte più o meno scellerate che dimostrano come sia sempre e solo lui, il buon Steve, a decidere le sorti della sua band. Nel bene e nel male.

Allora si diceva che i Maiden erano finiti con Fear of the Dark.
Ma allora, ci decidiamo o no??? Sempre noi poveri vecchietti, allora a cavallo tra i 30 e i 40 anni, siamo passati indenni anche a questa ondata, ed eravamo felici che comunque, nel bene o nel male, loro ci fossero ancora. Di sicuro c’era una cosa, però: i Maiden stavano invecchiando con noi.

E poi arriva la reunion! Tornano Bruce e Adrian! Non se la sentono di cacciare Janick e rimane anche lui! Ma che bello! Non vedevamo l’ora!
E che ci fanno ascoltare i “vecchi-nuovi” Maiden? Roba assurdamente diversa! Un perfetto mix tra le tre ere appena descritte, il compromesso ideale col quale loro vogliono percorrere la strada della ricerca. Perché quando loro si accorgono di non poter vincere più di quello che avevano già vinto, vanno avanti!  Bello o brutto, duro o mollo, buono o cattivo, i Maiden sono sempre stati avanti. Nella loro visione delle cose, arraffano tutto l’arraffabile, però poi non scappano col bottino e si ritirano vivendo di rendita, ma provano a sfornare cose nuove. Può riuscire bene o male, ma il fatto che continuino a provarci non vi esalta nemmeno un pochettino? Oppure volevate altri 10, 15 Powerslave?
Adesso si dice che i Maiden sono finiti dopo Dance of Death. Già sentita questa cosa, quante volte?
Chi era tra il pubblico durante l’Ed Hunter Tour, quello dove hanno suonato tutti i classici, non ha sentito quello che ha detto Bruce sul palco? “Noi non abbiamo fatto la reunion per nostalgia, ma per continuare a proporre musica nuova”.

Io non mi indigno e non mi arrabbio per le critiche a Senjutsu, come tanti della mia età siamo passati attraverso tante cose, dai “sono finiti dopo…” ai “brani lunghi” per arrivare ai “synth”… io prendo ogni giorno in più come un dono per avere ancora qui i Maiden. Che a quasi settant’anni sono lì a suonare, divertirsi, tracciare strade… Chi li ha scelti come compagno di vita, indipendentemente da quando, sta invecchiando insieme a loro, ovvero sta evolvendo e assistendo alle loro trasmutazioni, ai loro esperimenti e a quello che hanno ancora da dire.
Anche Senjutsu sarà mica troppo “avanti”?
Verrà chiamato capolavoro assoluto tra dieci anni?

Evolviamo, invecchiamo, maturiamo… loro non sono più quelli del 1980, o del 1990 o del 2000…
E nemmeno noi.